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  • Giorgio Burani | Collaboratore

Avatar - The Last Airbender (Parte 3.1): mitologia e filosofia

La caratteristica che più rende Avatar - The Last Airbender una serie d'animazione iconica ed apprezzata universalmente sia dal pubblico che dalla critica è sicuramente la sua affascinante e densa mitologia, alquanto atipica rispetto ad altri fantasy occidentali mainstream quali Il Signore degli Anelli e Harry Potter. L'originalità del mito fantastico plasmato da Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko sta, infatti, nel suo straordinario sincretismo di religioni, filosofie e culture asiatiche e amerinde, paragonabile soltanto a mitologie audio-visive consolidate nell'immaginario collettivo come quelle di Star Wars e Matrix, a cavallo tra Occidente e Oriente. A differenza di quest'ultime mitologie, tuttavia, il mito della serie esteticamente e filosoficamente rivendica maggiormente la pesante influenza asiatica e amerinda, che di fatto plasma quasi completamente la filosofia morale dell'opera. Sicuramente, la rielaborazione e l'adattamento di queste culture "esotiche" nell'universo fittizio di ATLA seguono un punto di vista strettamente occidentale, che infatti confluisce e influenza notevolmente anche lo stile della narrazione del cartone animato. Tale punto di vista però non impone un occidentalismo marcato, anzi, proprio perché i creatori sono dei grandi ammiratori del retaggio culturale su cui si fonda la mitologia fittizia di ATLA, il risultato finale è un immenso tributo a una cosmogonia spesso sconosciuta al pubblico occidentale e, soprattutto, a quello che è il principale target del cartoon americano, ovvero l'età pre-adolescenziale.


Da questo punto di vista, ATLA negli anni Duemila fu un fenomeno audio-visivo rivoluzionario per la fetta di pubblico a cui si rivolse. La serie animata, infatti, introdusse teorie e concetti fuori dai canoni statunitensi e occidentali. Ovviamente vi fu una naturale "semplificazione" e rielaborazione di tali elementi mitologici orientali, tuttavia riuscì incredibilmente ad appassionare non solo un pubblico di bambini e di pre-adolescenti, ma anche proveniente da tutte le altre fasce di età. Il riuscito amalgama tra diverse culture e filosofie a cavallo tra Occidente e Oriente rese la mitologia fantasy della serie unica nel suo genere. Elementi estranei alla cultura occidentale entrarono quindi prepotentemente nella cultura pop, proprio come successe con le mitologie di Star Wars e Matrix.



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
© Nickelodeon Animation Studio


ATLA nella filosofia e religione indiana: Induismo e Buddhismo


L'influenza religiosa e filosofica indiana è sicuramente quella più riconoscibile nella mitologia della serie. A partire dal titolo del cartone, infatti, il termine "Avatar" richiama il concetto induista di avatara - "discesa" in sanscrito - che è la manifestazione/discesa della divinità nel mondo terreno sotto forma di animale o di uomo. Nel respiro del ciclo cosmico induista, il dio scende nel mondo per salvarlo dall'autodistruzione del caos e del male, in modo da riportare l'ordine della verità affinché la società torni a rispecchiare il modello perfetto del Dharma. Il sacro concetto induista esprime una potenza impersonale da cui traggono origine e potere gli déi; è una legge universale che governa il mondo e che rappresenta l'armonia segreta del fluire della natura. Secondo la tradizione induista, è Visnu - dio supremo del pantheon indiano che sostiene l'esistenza del cosmo e che ne governa l'armonia - la divinità che si manifesta come avatara nel corso della storia, assumendo dieci manifestazioni ufficiali - tra cui il Buddha - portatrici di ordine. Tali reincarnazioni mitiche della tradizione più antica vengono quindi interpretate come espressioni di una nuova e più alta figura di Visnu, che porta di conseguenza i brahmani - casta sacerdotale indiana millenaria - a preservare il patrimonio di simboli e valori religiosi incarnati dagli avatara del passato. Nel solco della tradizione induista, la serie si apre infatti in un mondo in guerra e lacerato dalla sofferenza, dove solo l'Avatar Aang, scomparso per cento anni, può riportare l'equilibrio e la pace grazie al proprio potere divino. Il protagonista viene venerato, invocato e ricordato non solo dagli ordini sacerdotali delle tre nazioni attaccate, ma anche da tutte le popolazioni vittime della guerra che sperano in una "discesa" in terra di una divinità salvatrice in grado di ristabilire l'equilibrio naturale del Dharma [1].



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
Visnu e le sue 10 reincarnazioni | notizie.it


Il concetto mitologico di "Avatar" riprende quindi sapientemente la tradizione induista, il cui tema della reincarnazione - condiviso con il buddhismo - avvia una ulteriore riflessione sui concetti di samsara e karman. Durante il corso della serie, Aang si interfaccerà con le sue mille vite precedenti reincarnate secondo il ciclo dell'Avatar (Fuoco, Aria, Acqua, Terra), in particolare con l'Avatar Roku, sua reincarnazione precedente e dominatore del fuoco. Il rapporto tra i due Avatar sarà quello di allievo e maestro, e Roku avrà il compito di istruire Aang sul suo compito di salvare il mondo e di spiegargli i motivi per cui si è arrivati a un conflitto centenario. Con il susseguirsi del racconto, si scoprirà infatti che fu Roku, nella sua benevolenza e sottovalutazione del pericolo che rappresentava Sozin (il Signore del Fuoco che dichiarò guerra alle altre nazioni, nonché ex amico dell'Avatar), a causare indirettamente la grande guerra, portando la sua successiva reincarnazione tra i nomadi dell'aria, Aang, a dover ereditarne tutte le dolorose conseguenze. Tale passaggio drammaturgico e narrativo viene collegato a uno dei fulcri dell'esperienza spirituale induista, ossia l'atman: l'intima essenza della coscienza, la scintilla universale di ogni individuo e, inoltre, il vero sé profondo, ineffabile, eterno, libero e intriso di una purezza incondizionata dai mutevoli modi dell'esistenza. L'atman è dunque il respiro di eternità che non è né nato nel corpo, né perisce con esso. Da questo assunto, per il pensiero induista la morte non è la fine di tutto, ma non è nemmeno l'inizio di una altra vita ultraterrena. L'atman, infatti, trasmigra da un'esistenza all'altra in un ciclo continuo di vita, di morte e di rinascita chiamato samsara. Questo eterno reincarnarsi dell'atman è guidato dalla logica ferrea del karman, che afferma come l'esistenza di ogni anima dipenda dagli atti compiuti nella propria vita precedente, così come ogni atto che si compie in vita porterà i suoi frutti nelle reincarnazioni future migliori o peggiori. In questo senso, è nel destino di Aang ereditare il fardello degli errori passati di Roku, così come gli Avatar precedenti a lui avevano ereditato le azioni - ovvero il karman - positive e negative delle loro reincarnazioni trascorse.



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
© Nickelodeon Animation Studio


A differenza dell'induismo e del buddhismo, che vedono nel samsara una spirale angosciosamente infinita che tiene l'uomo prigioniero in questo ciclo di rinascite, la mitologia di ATLA si discosta dalla filosofia indiana poiché giudica il ciclo dell'Avatar come un "samsara positivo" per mantenere l'equilibrio e la pace nel mondo. Sempre in linea con il mantenimento di una doverosa ciclicità infinita, la serie d'animazione si discosta anche dalla manifestazione dell'avatara nella tradizione induista. Se per quest'ultima essa discende spontanea e arriva soltanto in un momento di estremo bisogno per l'umanità, nella cosmogonia dei Bryke l'Avatar deve essere sempre presente come garante dell'armonia tra le quattro nazioni. Per l'induismo e il buddhismo i concetti di samsara e karman sono una condizione di estrema solitudine e stanchezza esistenziale in cui l'umanità deve accettare fatalmente il proprio destino, ovvero di essere sempre causa del suo stesso dolore. La fuga da un destino di illusione e di sofferenza, per l'induismo, avviene solo attraverso una via di salvezza e liberazione chiamata moksa. Intraprendendo tale cammino spirituale, si raggiunge la libertà e si scioglie il legame di schiavitù con il ciclo samsara dopo la morte. Questa salvezza, tuttavia, non può essere raggiunta attraverso il mero atto - anche se sacrale - perché quest'ultimo porterà a un'altra azione che produrrà effetti karmici, riportando dunque l'uomo nuovamente nel ciclo di morte e rinascita infinito. L'azione deve essere quindi subordinata al più alto ideale, che è la conoscenza della vera natura del proprio sé: l'atman. Per raggiungere il moksa, l'uomo deve pertanto liberarsi dall'ignoranza; deve rinunciare ai desideri materiali e immateriali, distaccarsi dalle illusioni del proprio sé empirico attraverso lo studio e la meditazione (yoga) con la guida di un maestro (guru). Una volta superato ogni ragionamento dualistico fra soggetto e oggetto (atman), l'essere umano potrà raggiungere la comprensione mistica del brahman: l'Uno e il Tutto, la sola realtà vera, increata, fonte prima e fine ultimo di ogni forma del cosmo, concepito anche come un dio supremo (Visnu o Siva) a seconda delle varie scuole e correnti induiste alle quali si appartiene. Realizzare l'identità profonda (atman) con l'Assoluto (brahman) attraverso lo yoga dell'azione e della devozione, dell'amore e della conoscenza, del discernimento assoluto e della padronanza di sé, del controllo della mente, permette all'iniziato o iniziata di poter raggiungere l'illuminazione e la liberazione in uno stato di tutt'uno con il cosmo (atman-brahman) in cui si dissolvono finalmente karman e, di conseguenza, samsara [2].



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
© Robert Harding | © Alamy Stock Photo


La mitologia di ATLA, pur conservando il ciclo dell'Avatar come un samsara imprescindibile per mantenere in equilibrio il mondo, dona alla sua figura un potere divino straordinario - chiamato "Stato dell'Avatar" - che, per poter essere padroneggiato, necessita di un percorso spirituale e psico-fisico molto simile al moksa induista. La puntata cruciale che approfondisce questa tappa fondamentale per il cammino dell'eroe Aang è la 3x19, chiamata The Guru, scritta dalla coppia Bryke. L'episodio affronta la gestione dell'enorme potere dello Stato dell'Avatar, che può anche attivarsi senza controllo o nel momento in cui l'Avatar si trova in uno stato di estremo pericolo, o quando il personaggio prova forti emozioni. Tale potere scatena una forte connessione con tutte le reincarnazioni precedenti e amplifica in maniera notevole i quattro domini elementali dell'Avatar, rendendolo quasi invincibile. Per evitare di scatenare una furia incontrollata che potrebbe nuocere alle persone più care, Aang si rimette in una posizione di allievo per imparare dal guru - maestro spirituale che insegna il sapere segreto dell'Assoluto (brahman) a dei giovani discepoli - come raggiungere la piena consapevolezza interiore e, dunque, poter controllare lo Stato dell'Avatar. Durante il percorso spirituale e mistico di Aang per controllare il proprio complesso psico-fisico e spirituale attraverso la meditazione, gli autori riprendono il concetto di chakra, ossia diversi centri energetici presenti nel "corpo sottile" (un campo di energia intimamente connesso con il corpo fisico umano) nei quali risiede un'energia divina da dover per forza sbloccare per poter raggiungere l'illuminazione e la liberazione nell'Assoluto (brahman). Nella tradizione dello yoga, ogni chakra rappresenta un aspetto differente dell'uomo - che può essere fisico, mentale o emozionale - sempre energeticamente connesso con gli altri secondo un ordine. Meditando, i sei charka si aprono fino ad arrivare a sbloccare il settimo e ultimo punto, che connette definitivamente la persona illuminata con il cosmo/assoluto.



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
Stato dell'Avatar | wallpapers.com


La serie segue e rielabora egregiamente questi concetti per un pubblico infantile, cosicché la 3x19 non risulti una noiosa lezione di filosofia orientale, bensì diventi una puntata pedagogica che porta il bambino/ragazzino a riflettere sugli errori, sui rimpianti e sulle emozioni provate da Aang. Nell'intraprendere questo percorso ascetico verso l'illuminazione, il protagonista si dovrà mettere in discussione e dovrà confrontarsi con la sapienza del suo guru. I propri sentimenti legati all'ego si scontreranno quindi con il dovere (dharma) come Avatar. Tale confronto dialettico e spirituale non solo mette in luce i grandi temi del destino e del libero arbitrio ricorrenti per tutta la durata della serie, ma evidenzia anche un altro aspetto interessante. Le sapienti rielaborazioni di questi concetti della filosofia induista all'interno della mitologia fittizia di ATLA mettono in luce delle differenze e alcune divergenze tra le visioni occidentale e indiana sui medesimi temi. Nel primo caso, infatti, si ha una visione più ottimista e affascinata dell'idea di reincarnazione: fattore che porta il concetto di liberazione dal samsara e dal karman al trasformarsi in un elemento di pura illuminazione necessario all'Avatar per amplificare temporaneamente i suoi quattro domini, per interconnettersi ai suoi antenati, per entrare nel mondo degli spiriti e per mantenere l'equilibrio naturale (dharma) nel mondo. Nel secondo caso, invece, liberarsi e sciogliere la catena di nascita, morte e rinascita è necessario in quanto ciclo triste, doloroso e sofferente. La felicità e la gioia eterna, infatti, le si possono ottenere solo attraverso un determinato percorso per raggiungere uno stadio spirituale superiore (moksa). Il ciclo dell'Avatar, seppur faccia esperienza della sofferenza e del dolore, per la mitologia e filosofia di ATLA è un naturale e doveroso percorso di formazione per diventare un essere umano completo. L'Avatar, inoltre, deve convivere con il fatto di essere altresì una divinità, discesa in terra con un preciso dovere morale imprescindibile nei confronti dell'umanità. Esso dovrà quindi sempre preservare la sua eredità - il karman - alle sue future reincarnazioni. Nel corso della serie, i karman positivi e negativi influiranno sempre sul rapporto tra l'Avatar, gli esseri umani e gli spiriti che, a seconda delle reincarnazioni, elogeranno o rinfacceranno al protagonista le azioni compiute dalle reincarnazioni passate. Se questo ciclo dovesse interrompersi - e l'unico modo per farlo è uccidere l'Avatar nel momento in cui entra nel suo stadio di illuminazione per eccellenza - nella cosmogonia dell'opera il mondo cadrebbe nel disequilibrio e nel conseguente caos [3].



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
© Nickelodeon


In modo simile al moksa vi è il nirvana per il buddhismo, che analogamente porta alla liberazione dal samsara e dal karman per poter raggiungere un'illuminazione "gioiosa" e nel lungo termine permanente. A differenza dell'induismo, tuttavia, il buddhismo rifiuta l'idea che il nirvana porti a un'unione del proprio sé con l'Assoluto, ossia al brahman-atman. Secondo la dottrina delle quattro nobili verità del Buddha, l'io e il sé non esistono, in quanto la realtà è sempre impermanente e insostanziale, oltre che dolorosa. L'essere umano è dunque un precario agglomerato di "aggregati" di materia, forma, sensazioni, idee, predisposizioni, forze e coscienza che sono continuamente mutevoli e caduchi. Tali aggregati producono dei "vuoti di essenza" che non plasmano un vero e proprio io individuale, quindi è inutile credere in un Assoluto (brahman), in una realtà individuale (atman) e in delle divinità (vedi Visnu) come nell'induismo. Il nirvana, dunque, è una completa comprensione dell'impermanenza del reale, della non-sostanzialità dell'io, dell'abbandono delle passioni e dei desideri e, infine, della soppressione della "sete" di vivere. Solo intraprendendo questa via un individuo può procedere a un completo distacco da ogni residuo karmico e, di conseguenza, dal ciclo di rinascite. L'asceta può così liberarsi dall'immanente dolore del mondo (dukha) per raggiungere uno stadio "vuoto" che non è né vita né morte, ma una condizione di pura gioia e di completa illuminazione. Tale percorso ascetico nel corso della serie non viene intrapreso da Aang, che privilegia l'altra via per l'illuminazione - il moksa induista - per diventare un Avatar completo. Nonostante ciò, la cultura a cui appartiene, ovvero i nomadi dell'Aria, è completamente basata sulla religione, sulla filosofia e sulla società monastica buddhista. L'ultimo dominatore dell'aria, infatti, pur non entrando nel nirvana, aderisce completamente al nobile ottuplice sentiero espresso nella quarta verità del Buddha: retta fede, retta decisione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto ricordo e retta concentrazione.



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
© eastmojo.com


Tale verità è un codice morale che assume per i buddhisti una via terapeutica-spirituale necessaria per entrare nel nirvana, che si sviluppa nella rigorosa pratica delle virtù morali, della meditazione e della sapienza. Aang, per tutto il corso della serie, segue tali direttrici apprese durante il corso della sua vita monastica tra i nomadi dell'Aria, una via che plasma la sua personalità solare, empatica, compassionevole, saggia, disciplinata - con le dovute eccezioni - e piuttosto calma. La meditazione, la diplomazia, il pacifismo, la non-violenza (ahimsa), l'amore per gli animali e il vegetarianesimo diventano così elementi naturali del suo essere e della sua visione del mondo. Tuttavia, nel momento in cui questi valori e virtù morali e sacrali verranno violati, come mentire o dover uccidere, Aang cercherà sempre di autocorreggersi, consapevole del fatto che un'azione karmica negativa potrebbe compromettere totalmente un individuo [4].


Emblematico è infatti il suo grande dilemma interiore quando tutti si aspettano che lui uccida il Signore del Fuoco per concludere la guerra. Ciò rappresenta di fatto lo scontro tra la pratica ortodossa buddhista della non-violenza (ahimsa) e il dovere morale di seguire la legge universale che governa il mondo (dharma), a prescindere da qualsiasi dubbio ed esitazione. Questo scontro e dilemma filosofico porta Aang a rivolgersi alle sue reincarnazioni passate per ottenere saggezza e consigli su come evitare di dover uccidere il suo nemico. Confrontandosi con le reincarnazioni precedenti, anche Yangchen (un altro Avatar proveniente dai nomadi dell'Aria), pur comprendendo il comune retaggio culturale e sacrale buddhista, consiglia al giovane Aang di adempiere al suo dovere e di sacrificare i suoi principi per un bene più grande (dharma). Tale passaggio narrativo e drammaturgico cruciale è ispirato dalla lettura di Michael Dante DiMartino della Bhagavadgita (testo sacro induista contenuto nell'antico poema epico Mahabharata), in cui si assiste al dialogo tra l'eroe Arjuna e Krishna (manifestazione avatara di Visnu) alla vigilia della grande battaglia per la conquista del regno di Kuru [5].



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Arjuna e Krishna | lezionidiarcheosofia.wordpress.com


Arjuna è il più valoroso fra i guerrieri, ma di fronte allo schieramento avversario in cui riconosce tanti volti a lui cari, come propri parenti e amici, il suo animo è lacerato dall'angoscia e rifiuta di combattere, invocando il dio. Krishna spiega ad Arjuna che per assolvere al suo dharma, ossia affrontare e uccidere in battaglia i suoi cari, deve con animo libero non curarsi dell'esito finale della sua azione (karma yoga). Il fine ultimo dell'uomo, spiega Krishna, non è l'atto in sé, ma il distacco che egli compie per raggiungere l'unico fine che conta, ossia la liberazione (moksa) dal karman e dal samsara. La divinità mostra quindi all'eroe una visione cosmica, la quale svela la natura ultima che comprende tutte le forme del mondo. Tale coscienza porta Arjuna a raggiungere finalmente quell'illuminazione necessaria per rendere la sua mente pura e distaccata dall'azione. Una volta raggiunta la piena consapevolezza di sé, l'eroe scende in battaglia e compie il suo dovere, come previsto dal proprio dharma. A un'interpretazione letterale, può sembrare che la Bhagavadgita sia una giustificazione della violenza che sta alla base del sistema castale indiano, nel quale ognuno deve adempiere al ruolo per cui è nato proprio in ottemperanza al dharma. Allegoricamente, tuttavia, il testo può essere inteso come una lotta di liberazione interiore dove Arjuna è l'anima che ha paura di affrontare il tortuoso percorso che porta verso la vittoria sul sé egoistico, sul desiderio e sulle proprie passioni. Krishna è quindi l'auriga dello spirito che guida l'essere umano verso la salvezza e verso l'illuminazione, indicando gli imprescindibili cammini dell'azione, della conoscenza e infine della devozione che bisogna compiere per raggiungerla. Aang, proprio come Arjuna, ne condivide il medesimo cammino, un percorso tramite il quale solo grazie alla saggezza e alla visione cosmica della tartaruga-leone riesce finalmente ad adempiere al suo destino (dharma), attraverso una prospettiva totalmente nuova che gli permette di mantenere intatto il suo principio di non-violenza e il suo libero arbitrio [6].



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
© Nickelodeon Animation Studio


ATLA nella cosmologia e filosofia cinese: Yin, Yang e Qi


Un'altra grande influenza filosofica asiatica imprescindibile per la mitologia di Avatar - The Last Airbender è quella cinese, che già si può osservare all'inizio della sigla di ATLA attraverso le varie arti marziali esercitate dai dominatori. Due dei concetti naturali cardine della cosmologia cinese sono lo Yin e lo Yang, simbolicamente rappresentati dal movimento circolare dei due pesci Tui e La (rispettivamente lo spirito della Luna e dell'Oceano), osservati da Aang nell'oasi spirituale del Polo Nord. Sin dall'antichità, il pensiero cosmologico cinese non definisce lo Yin e lo Yang come una dualità astratta, bensì li configura come due fenomeni concreti riscontrabili dall'osservazione empirica della realtà, a partire dai fenomeni naturali come l'alternanza naturale del giorno e della notte, dell'estate e dell'inverno e via discorrendo. Con lo sviluppo del pensiero cosmologico cinese nel corso dei secoli, Yin e Yang iniziano ad essere percepiti come i due soffi primordiali o principi cosmici che, con il loro alternarsi e la loro interazione, presiedono all'insorgenza e all'evoluzione dell'universo. Lo Yang, principio dinamico, e lo Yin, principio di quiete, si alternano in una formula ritmica fondamentale per alimentare il qi. Esso è il soffio della vita che anima gli esseri viventi, il principio di realtà unico e il solo che dà forma a ogni cosa e a ogni essenza dell'universo; un'energia primordiale (soffio) che rende inesistente ogni demarcazione fra gli esseri umani e il mondo. Il ritmo binario tra Yin e Yang diventa quindi fondamentale nell'animare il principio vitale di ogni cosa: il qi che si muove, si apre e si estende è Yang, mentre quello che torna alla quiete e si ripiega su sé stesso è Yin. In conseguenza a questo principio ritmico della vita, quando un essere viene all'esistenza il suo qi muove verso l'esterno nella sua fase Yang, poi si stabilizza nella fase di raccoglimento Yin per fissarsi in una posizione durevole.



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Yin e Yang | differenzatra.it


Yin e Yang sono dunque due fasi del qi costantemente in circolazione, ovvero in espansione e in contrazione. La coppia formata da Yin e Yang, seppur di natura complementare, è al contempo opposta e solidale: l'uno non può operare senza l'altro e il declino dell'uno implica al contempo lo sviluppo dell'altro. Tale caratteristica cosmologica dell'universo e della vita cattura perfettamente il pensiero filosofico cinese, che preferisce concepire i contrari come complementari anziché come reciprocamente escludenti. Yin e Yang diventano perciò paradigma di tutte le coppie opposte, come Cielo-Terra e maschile-femminile, e seppur Yang sia collocato in una posizione di superiorità per la cultura cinese (la parte sinistra della coppia), quest'ultimo non esclude Yin. Di conseguenza, il bene non esclude il male, la verità non esclude l'errore, l'assoluto non esclude il relativo e così via. L'universo di ATLA segue infatti questa dualità cosmologica e filosofica cinese, a partire da quella più esplicita di Tui e La, gli spiriti della Luna e dell'Oceano, reincarnati sotto forma di pesci, che mantengono l'equilibrio del mondo e del dominio dell'acqua. Un altro esempio di dualità opposta e comunque complementare è la coppia di amanti Oma e Shu che, oltre a rappresentare lo Yang/Yin maschile-femminile, provengono da due villaggi in guerra tra loro. Il conflitto porta alla morte di Shu, che spinge Oma a utilizzare il suo incredibile dominio della terra non per vendetta, ma per pacificare i due villaggi e fondare insieme la città di Omashu. Altre dualità opposte e allo stesso tempo complementari le si possono riscontrare negli ultimi due draghi superstiti Ran e Shaw (sessi e colori opposti), nel rapporto conflittuale fratello-sorella tra Zuko e Azula (sottolineato dal colore diverso del loro fuoco), nella stessa interiorità tormentata di Zuko, in perenne bilico tra il bene e il male, e infine nella natura elementale dei quattro elementi: così variegati e opposti sì, ma manipolabili tutti e quattro da un unico dominatore, ovvero l'Avatar [7].



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© Emily Nguyen


L'esempio massimo in cui viene ripresa la filosofia dello Yin e dello Yang connessa con il qi lo si può trovare nell'episodio 2x09. In questa puntata, Iroh spiega a suo nipote Zuko la rara tecnica del dominio del fulmine, pratica nella quale bisogna separare l'energia positiva (Yang) da quella negativa (Yin) all'interno del proprio corpo. Una volta avvenuto il disequilibrio tra le due energie dovuto alla loro separazione, quest'ultime tenderanno a ritornare insieme per ristabilire l'equilibrio del qi e, quando quelle due energie si riuniranno, il dominatore del fuoco potrà scagliare il proprio fulmine contro il suo avversario. Zuko, seguendo gli insegnamenti di suo zio, tenta di applicare tale tecnica, ma essendo tormentato e lacerato nel suo animo, non riesce a sprigionare il fulmine. Il qi infatti, non è solo il soffio, il flusso e l'energia vitale che anima tutto l'universo, ma essendo dentro la vita e non al di fuori di essa, anima anche la sfera mentale di ogni individuo come il pensiero, l'emozione e lo spirito. Il qi assicura quindi la coesione organica dell'ordine dei viventi a tutti i livelli, e l'uomo vi attinge anche per il suo valore di ordine morale. La rappresentazione massima dell'esperienza totalizzante del qi nella serie la si raggiunge durante lo scontro finale tra Aang e il Signore del Fuoco, Ozai. Il protagonista, dopo avere scoperto dalla tartaruga-leone l'origine energetica di ogni dominio (di fatto il qi dei dominatori), riesce a rimuovere il dominio del fuoco grazie a questa sua nuova abilità. Nell'applicazione di tale dominio dell'energia, gli autori della serie enfatizzano graficamente e drammaturgicamente il conflitto interiore e spirituale tra l'energia positiva di Aang e quella negativa di Ozai e rappresentano, infatti, i loro rispettivi qi, il loro soffio vitale in uno scontro epico e catartico che determinerà le sorti del mondo intero. L'interiorità dei dominatori - come le loro emozioni - si riflettono quindi sui loro domini. Difatti, se non si segue un'adeguata disciplina fisica e mentale nell'esercizio del proprio dominio (qigong), quest'ultimo o sfugge al controllo del dominatore, o ne esaspera il suo abuso fino a consumarlo.



Avatar - La Leggenda di Aang | Daelar Animation
© Nickelodeon Animation Studio


Il qi, seppure non sempre tangibile e visibile, non è dunque una nozione astratta, in quanto è percepibile a partire dal suo continuo mutamento attraverso i cicli naturali, da quelli macroscopici della Terra a quelli più profondi di un singolo essere. Il qi viene infatti preso in considerazione dalla medicina tradizionale cinese e dalle arti marziali, inoltre può essere anche l'atmosfera di un luogo. L'influenza del qi nella cultura cinese ha sviluppato, nel corso dei secoli, l'idea che il mondo in quanto ordine organico non si possa concepire al di fuori dell'uomo e che l'uomo, in quanto parte naturale del mondo, non possa concepirsi come fuori dal mondo. In linea con la visione naturale e rurale cinese, gli abitanti delle quattro nazioni vivono in perfetto equilibrio e in armonia nei loro rispettivi ambienti, stando vicini ai territori dove è presente l'elemento che li identifica culturalmente e spiritualmente. Nella 2x04, Aang addirittura si connette con l'energia (qi) dell'albero gigante situato al centro della grande palude spirituale del mondo di Avatar per trovare Appa e Momo, catturati dai dominatori dell'acqua del posto. Secondo il pensiero filosofico cinese, l'essere umano, dotato della capacità di abbracciare la totalità del reale attraverso la conoscenza e l'azione, deve sempre tendere al massimo del suo qi. Il soffio vitale segue infatti l'evoluzione costante della natura e dell'universo, in perpetua genesi e divenire. Il qi, non essendo né materia né spirito, ha una potenzialità indefinita e infinita nella sua manifestazione, proprio in virtù del fatto che può fermarsi a una forma - materiale o immateriale - come superarla. Nel corso della serie, i dominatori in molte occasioni sono chiamati a superare i propri limiti di adattamento in contesti a loro sfavorevoli. Grazie alla loro straordinaria comprensione e abilità nell'esercitare il proprio dominio (qi), alcuni dominatori addirittura riescono a sviluppare dei sottodomini, come quelli del metallo e del sangue, in grado di raggiungere potenzialità inespresse fino a quel momento dal proprio qi. La piena potenzialità del proprio soffio vitale la possono raggiungere anche i non-dominatori come Ty Lee, che possono addirittura bloccare il qi, neutralizzando temporaneamente un qualsiasi dominio [8].


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APPROFONDIMENTI


[1] [2] [3] [4] [6] Filoramo, Giovanni; Massenzio, Marcello; Raveri, Massimo; Scarpi, Paolo (1998). Manuale di storia delle religioni. Milano. Ed. Mondolibri, su licenza Gius. Laterza & Figli


[5] DiMartino, Michael Dante; Konietzko, Bryan (2018). Audio Commentaries "Sozin's Comet Parts I, II, III and IV". Konietzko and DiMartino break down the final four episodes of the three-season story. Nickelodeon. [Link video assente | Documentario reperibile negli "extra" dell'edizione bluray di "Avatar The Legend of Aang the Complete Series"]


[7] [8] Cheng, Anne (2000). Storia del pensiero cinese. Torino. Einaudi.

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